Titolo: Storia di una ladra di libri ( La bambina che salvava i libri ) 
Autore: Markus Zusak
Pubblicazione: Frasinelli Editore 2005

Trama: È il 1939 nella Germania nazista. Tutto il Paese è col fiato sospeso. La Morte non ha mai avuto tanto da fare, ed è solo l’inizio. Il giorno del funerale del suo fratellino, Liesel Meminger raccoglie un oggetto seminascosto nella neve, qualcosa di sconosciuto e confortante al tempo stesso, un libriccino abbandonato lì, forse, o dimenticato dai custodi del minuscolo cimitero. Liesel non ci pensa due volte, le pare un segno, la prova tangibile di un ricordo per il futuro: lo ruba e lo porta con sé. Così comincia la storia di una piccola ladra, la storia d’amore di Liesel con i libri e con le parole, che per lei diventano un talismano contro l’orrore che la circonda. Grazie al padre adottivo impara a leggere e ben presto si fa più esperta e temeraria: prima strappa i libri ai roghi nazisti perché “ai tedeschi piaceva bruciare cose. Negozi, sinagoghe, case e libri”, poi li sottrae dalla biblioteca della moglie del sindaco, e interviene tutte le volte che ce n’è uno in pericolo. Lei li salva, come farebbe con qualsiasi creatura. Ma i tempi si fanno sempre più difficili. Quando la famiglia putativa di Liesel nasconde un ebreo in cantina, il mondo della ragazzina all’improvviso diventa più piccolo. E, al contempo, più vasto. Raccontato dalla Morte – curiosa, amabile, partecipe, chiacchierona – “Storia di una ladra di libri” è un romanzo sul potere delle parole e sulla capacità dei libri di nutrire lo spirito.
Questo libro è stato pubblicato con il titolo “La bambina che salvava i libri”.


Recensione

 

Per favore, fidati di me. Posso davvero essere allegra. Posso essere amabile. Affettuosa. Affabile. E queste sono solo le parole che cominciano per A. Non chiedermi però di essere bella:

Essere bella non è da me.

 Come un pugno che penetra nel ventre e ti afferra con ferrea stretta lo stomaco, così questo libro ha saputo intrappolare l’anima di chi si appresta a chinarsi alle sue parole, inerme e lontano anni dagli eventi accaduti. Come fosse un sogno, o meglio un incubo, dal quale è impossibile svegliarsi finché il narratore non avrà finito di raccontare la sua storia, siamo obbligati a piegarci al dolore più profondo. Quello che va oltre il fisico, quello che ammala il cuore, che annebbia l’anima. Quello che trascina nell’oblio della paura, quello che accieca la ragione, quello che schiaccia la dignità. Il dolore di una guerra. Il dolore di vite spazzate via solo dopo esser state meticolosamente e cinicamente estenuate. Anime che si spengono contemporaneamente alle loro speranze. Perché l’essere umano è così, lo dice anche la Morte, pieno di risorse, sempre pronto ad affrontare il peggio senza abbandonare la convinzione che presto le cose potranno evolversi per il meglio.

Occhi chiusi, vite strappate troppo giovani e anime colme di sogni e desideri.

La guerra che ci apprestiamo ad affrontare, in veste di meri ascoltatori della più laboriosa entità, la Signora Morte, è la Seconda Guerra Mondiale. Tanto abbiamo letto, tanto la storia dei libri e dei nostri più anziani parenti ci hanno portato a conoscere di quegli anni terribili.

Qui ad esser narrato è il fato di una giovane bambina di appena dieci anni. Liesel Meminger viene data in adozione ad una famiglia di Molking, cittadina situata a poca distanza dai sobborghi di Monaco.

Ma per Liesel la guerra ha inizio sul treno che la porta verso il suo futuro. Il suo caro fratellino, seduto accanto a lei, muore davanti ai suoi occhi. Il piccolo, il suo ricordo, rimarrà per molto tempo negli incubi notturni della giovane, invadendone i sogni e strappandola dal sonno, ogni singola notte, come un’ancora dalla quale non ci si vuole liberare. Il pensiero, il dolore permette di convincersi della cruda realtà. Suo fratello non c’è più. Un attimo prima dorme al suo fianco, un attimo dopo, un colpo di tosse lo desta solo in parte dal suo dolce sonno, per poi finire tra le braccia stanche, sofferenti e mute della morte.

Che il narratore sia proprio colei che in quegli anni ha avuto più lavoro da svolgere, è per me un espediente straordinario che dona alla storia intera una visione particolare, affascinante e struggente.

storia-di-una-ladra-di-libriTutti ce la immaginiamo come un essere cattivo, scuro, silenzioso, nascosta nel suo cappuccio con la lucente ed affilata lama di falce. Interessante capire che ella viene a prendere anime che qualcun altro ha privato della vita. Il destino, la mano umana, la guerra, il caso, elementi questi che riprendono il loro meritato ruolo da protagonisti, rendendo le braccia avvolgenti della mietitrice, solo il miglior posto dove riparare la propria anima.

Essere curioso, pietoso, addirittura felice quando qualche anima si ostina a sfuggirle.

La Morte non desidera la morte, ma inesorabile, puntuale e precisa è sempre pronta a raccoglierci nel momento del trapasso.

Affascinata dalla vita di Liesel, essa ci racconta le tre occasioni in cui ha incontrato la bambina ma ogni evento di rilievo che lega questi tre momenti sono il risultato di quanto scritto dalla mano della stessa ragazza, quando, quasi all’epilogo del tormentato periodo di guerra, le viene donato un piccolo quaderno sul quale scrivere le sue memorie.

Affascinata, intrigata da quella dolce ma caparbia ragazzina, la Morte sottrarrà quel libricino dalle macerie, custodendolo con la cura che riserva alle sue anime.

La vita di Liesel, dai dieci ai quattordici anni, è colma di dure, terribili esperienze. Lezioni troppo difficili per una qualsiasi bambina, ma per lei ogni cosa, ogni fatto, ogni triste realtà verrà affrontata con l’intelligenza e la maturità di un essere nobile di spirito.

Ad affascinare la narratrice è soprattutto la passione per la lettura e ancor prima che le parole scritte avessero un significato per lei, la passione per i libri. Una calamita che le fa perdere la ragione, che le impone lo stimolo di allungare la mano, afferrare quei tomi così affascinanti e infilarseli sotto il cappotto, custodendoli come oro o, come la necessità le suggerisce, cibo.

I libri e la lettura saranno per Liesel il faro che la accompagnerà nel buio e tetro cammino della guerra.

Ma oltre e accanto a Liesel non possiamo esimerci dal collocare nel quadro complessivo della sua storia, allargando la nostra visione d’insieme, i vari co-protagonisti che con una attenta e meticolosa descrizione ci vengono presentati dalla narratrice. Personaggi che lei ha conosciuto personalmente, anche prima del loro ultimo viaggio tra le sue braccia. Persone che come per un quadro perfetto donano la cornice intorno alla quale la vita della piccola tedesca figlia naturale di due kommunist, si intreccia, si aggrappa. Primo fra tutti il patrigno, Hans Hubermann che con il suo animo buono riesce a placare i suoi incubi notturni, la protegge, le insegna a leggere, a far sue parole che le sono sconosciute. Hans dallo sguardo argentato, con la sua fisarmonica e le sue sigarette è il primo a oltrepassare la coltre di nebbia della paura e dello sconforto della giovane figliastra. Complice e silenzioso testimone dei suoi piccoli furti, capace di considerarla abbastanza matura per custodire importanti segreti, e capace di mantenere le promesse. Rosa, la sua matrigna, una donnona dal vocabolo scurrile, dai modi rozzi, ma dal cuore grande. Pochi fronzoli, poche moine ma la capacità di esserci quando occorre. Una donna forte ma come tutti umana e sommersa dai pensieri, dalla paura per il giorno dopo.

Rudy Steiner, suo coetaneo e migliore amico. Un ragazzino dai capelli color limone e dai denti aguzzi. Un piccolo Jesse Owens ariano, con l’ossessione per la corsa e dal cuore tenero. Un fidato amico, un alleato e una spalla preziosa per l’adolescenza di Liesel ma anche un’anima strappata troppo presto alla vita, un bacio negato per troppo tempo, un ladruncolo onesto e leale.

Max Vandenburg, figlio del commilitone di Hans che nella Grande Guerra gli salvò la vita, morendo al posto suo.

Max, ombra di quell’ebreo che era una volta, gran lottatore e ora poco più che un mucchio d’ossa spaventato e in fuga, ha un ruolo fondamentale nella crescita di Liesel.

Nascosto nella cantina degli Hubermann per il buon cuore dei padroni di casa e per rendere omaggio alla promessa fatta anni prima alla vedova Vandenburg, prende parte al crescere del potere delle parole per la piccola tedesca. Il suo piccolo ma profondo mondo prende corpo plasmato dai libri, dalle parole, dai piccoli oggetti trovati per strada e portati al suo amico, dovendo custodire il segreto della sua presenza, nella cantina di casa sua.

Ilsa Hermann, la moglie del sindaco. Unica testimone del furto del secondo libro, reduce delle lingue di fuoco dei falò. Una donna, Ilsa, aggrappata al dolore della perdita del suo giovane figlio, intrappolata nel suo silenzioso mondo di rimorso.

Ma anche una donna buona, intelligente e disposta a cogliere quel germoglio di cultura e curiosità che scorge nella piccola figlia degli Hubermann.

Tra lei e la bambina cresce a poco a poco un rapporto di amicizia, legata al piacere per la lettura. Liesel non ha mai visto prima una biblioteca e quella stanza così fredda eppur così colma di libri diventa presto la sua più vicina visione del paradiso. Centinaia di libri, migliaia di parole che carpiscono l’attenzione e il cuore della bambina.968full-the-book-thief-screenshot-540x360

Le ore passate a casa del sindaco, le marachelle con Rudy, i pomeriggi passati con Max e le notti a leggere con il padre è tutto quello che occorre a Liesel per essere felice. Poco importa che l’unica cosa che ci sia da mangiare sia l’orrenda minestra di piselli di Rosa, che la guerra avanzi imperterrita verso l’inevitabile disfatta, che il futuro suo e delle persone a lei care passeggino sul sottile filo del destino più nefasto, ad un passo dalla tragedia.

I bombardamenti, la fame, la povertà e con essa il pericolo per le conseguenze delle proprie azioni.

La guerra tanto acclamata dalla Germania ha portato morte e rovina alla Germania stessa, così come alle altre nazioni immerse in quel diabolico piano fatale. Non c’è distinzione, nel cuore degli Hubermann tra razza ariana ed ebraica, ma solo tra il buono e il cattivo.

Il destino beffardo insegnerà a tutti che spesso un’azione a fin di bene può portare a conseguenze negative e così come per colpa di Hans, il giovane Max dovrà scappare anche da quell’amorevole rifugio, così anche per il padre di Rudy la lezione da imparare sarà terribilmente straziante.

Il dolore è tanto, ma sentirlo raccontare dalle parole di una bambina è ancora più cruento e ingiusto da accettare.

L’enorme potenza delle parole sarà il fulcro di tutta la storia, insegnandoci come attraverso di esse si può condannare una razza allo sterminio, una nazione alla distruzione, ma anche salvare delle vite, innalzando la mente, donando speranza e spensieratezza. La parola può essere medicina e veleno e questo la rende un’arma preziosa e pericolosa al tempo stesso.

Per Liesel, la ladra di libri, la scuotitrice di parole, rappresenterà l’antidoto migliore con cui difendersi dalla guerra sebbene lei stessa ad un certo punto, si convinca del pericolo da esse rappresentano.

 

Quelle immagini erano il mondo, che ribolliva dentro di lei mentre sedeva lì fra i bei libri e i loro titoli ben incisi sulle copertine. Le fermentava dentro mentre fissava le pagine colme di frasi e di parole.

Bastardi, pensò. Adorabili bastardi.

Non rendetemi felice. Non riempitemi, per favore, non lasciate che mi persuada che qualcosa di buono possa venire fuori da tutto ciò.

 

Strappò una pagina del libro e la lascerò in due.

Poi un intero capitolo.

Poco dopo non ci furono che brandelli di parole, sparsi fra le sue gambe e tutto intorno a lei. Le parole. Perché dovevano esserci la parole?

Senza parole, nulla sarebbe esistito: senza parole non ci sarebbero stati il Führer, né prigionieri zoppicanti, nessun bisogno di conforto o giochi di prestigio per farci sentire meglio.

Che bene facevano le parole?

 

Liesel Meminger, una bambina che riuscì a suscitare la stima della signora Morte, sebbene questo fu un segreto che ella non le seppe confidare.

Prima o poi morirai

Ti preoccupa?

Il mio consiglio è: non avere paura.

Sono leale.

 

 

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Vorrei concludere con un breve accenno alla versione cinematografica.

Di solito si sa, il film non può competere mai con le pagine scritte del libro su cui si basa. Certe volte può accadere che oltre determinate lacune si riesca comunque ad arrivare al messaggio che lo scrittore ha con tanta fatica cercato di inviare al proprio lettore. Altre invece, oltre i normali tagli che la rappresentazione su pellicola impone e l’inevitabile bisogno di rendere in maniera diversa certi eventi, succede che si scivoli nella banalità snaturando tutto o quasi il succo tanto apprezzato dai fedeli sostenitori della versione originale/scritta della storia.

Ho appena finito di vedere il film, due giorni dopo aver finito il libro e ahimè, non sono riuscita a bloccare la mia stizza e a commentare ad alta voce, esponendo il mio disappunto per quanto non visto o per quanto cambiato.

Di storie di guerra, di film, di libri, ne abbiamo sentite, visti e letti tanti. La nostra generazione porta ancora il ricordo dello sguardo dei nostri nonni quando gli eventi di quegli anni ripercorrevano le loro menti.

Eppure quello che ogni storia ha più delle altre è il particolare, il messaggio diverso, il colore delle lenti oltre cui ci si appresta a guardare la stessa realtà.

Quello che ha reso per me splendido questo libro è proprio in quegli elementi che purtroppo non ho ritrovato nel film.

Allora mi dico: se non avessi letto la storia originale, se non mi fossi soffermata sul messaggio che Zusak ha fatto arrivare al mio cuore, potrei ben dire che il film merita di essere visto.

Uno squarcio splendido, nella sua straziante realtà di un periodo di follia umana.

Ma per fortuna/sfortuna sono ancora calde le pagine del libro e scotta ancora nella mia mente il potere delle parole.

Che fine ha fatto L’uomo che sovrasta? E la scuotitrice di parole? Il peluche posto sul petto del pilota nemico precipitato?

Che fine ha fatto la finestra perennemente aperta della biblioteca di Ilsa, e il cinico destino della scelta del signor Steiner disposto a partire per il fronte pur di evitare che Rudy venga mandato in accademia quando poi una scelta diversa non lo avrebbe condannato a dover piangere un figlio morto?

Il potere della cultura, la forza delle parole sembra solo un lieve accenno in una storia bella ma snaturata.

Quando giorni fa ho parlato con una mia amica che aveva visto solo il film, mi sono lasciata prendere la mano, raccontandole i momenti e gli aspetti più belli di quello che io avevo letto… Purtroppo nulla di tutto ciò, lei riconosceva in ciò che aveva visto.

Conclusione? Un film, per quanto bello non potrà mai vincere sulla potenza delle parole stampate su un libro. Un tatuaggio indelebile che rimarrà per sempre inciso nelle nostre menti.


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