Titolo: L’ultimo guardiano di Ellis Island
Autore: Gaëlle Josse
Pubblicazione: Gremese Ed. ( Narratori francesi contemporanei) 2015

Trama: 3 novembre 1954: John Mitchell, direttore del Centro d’Immigrazione di Ellis Island – nei primi decenni del Novecento luogo di approdo per milioni di immigrati arrivati da tutta l’Europa, compresa l’Italia – è rimasto solo nei grandi ambienti della struttura ormai deserta: tra pochi giorni il centro verrà definitivamente chiuso, non resta che attendere l’imminente arrivo dei funzionari dell’Ufficio immigrazione. In quel poco tempo rimasto, Mitchell mette su carta i ricordi di quasi cinquant’anni trascorsi sull’isola: le migliaia e migliaia di uomini, donne e bambini venuti dal mare, pieni di paura e di speranza, tutta la loro magra vita in un fardello stretto con lo spago, ma anche la moglie Liz, morta troppo presto, e Nella Casarini, la giovane emigrante sarda che lo ha fatto dubitare delle sue certezze e ha messo a dura prova la sua dirittura morale. Oggi, nel tempo di nuovi e sempre più drammatici esodi di massa, di una geografia umana che ovunque nel mondo deve riaggiornare di continuo i propri confini, il romanzo straordinariamente attuale di Gaëlle Josse ci riporta alla memoria l’epoca in cui anche noi italiani eravamo “quelli venuti dal mare”… La grande Storia, il Sogno americano infiammato dalla fiaccola di Miss Liberty rivive qui attraverso i ricordi e i rimpianti di un’anima solitaria in preda ai suoi fantasmi. E John Mitchell appare non solo come l’ultimo custode di Ellis Island, ma anche come il suo ultimo prigioniero.


Recensione

Quando ho iniziato a leggere questo libro non sapevo davvero cosa aspettarmi.
Che fosse la mano di una francese a rendere omaggio ad un’ isola tanto temuta, odiata, bramata, ma di cui non si conosce passaggio di piedi francesi, mi destabilizzava, facendomi cadere in una erronea disapprovazione per la scelta del tema.img858595
Ma a poco a poco la storia mi si è aggrappata al cuore, come fosse uno dei tantissimi esiliati di Ellis Island che agogna la sua occasione.
Poco importa alla fine la nazionalità di chi, dopo un lungo ed estenuante viaggio, attraversava il molo di Ellis per rincorrere la speranza, per realizzare un sogno. Perdere tutto quello che si era e che si aveva, per riuscire a diventare qualcos’altro. Lo straziante patimento, l’agonia del dubbio, la preoccupante sensazione che qualcosa andasse storto e la grande America potesse opporsi a quel sogno, respingendo e reprimendo l’ultimo desiderio di sopravvivenza.
Un incontro ravvicinato con una realtà dura, spaventosa, deprimente a volte, fiduciosa in altre.
Il racconto di quegli anni viene affidato a John Mitchell, direttore del centro d’ Immigrazione di Ellis Island. Un’isola che ha visto passare prigionieri, esiliati, anime in pena in cerca di una nuova vita. Mitchell narra la sua storia, come un prigioniero, sicuramente non il primo ma certamente l’ultimo. Un’anima persa e dimenticata dalla civiltà oltre il fiume Hudson.

È dal mare che tutto è venuto. Dal mare, con quelle due navi che un giorno hanno attraccato qui. Per me, non sono mai ripartite, è il vivo della mia carne e della mia anima che hanno speronato con le loro ancore e i loro uncini.

La sua storia, il suo diario, inizia pochi giorni prima di lasciare definitivamente la prigione. Il centro verrà chiuso e con esso si chiuderà un’epoca indimenticabile.
Indimenticabile per tutte quelle persone che hanno attraversato quei corridoi, credendo di poter trovare la felicità oltre la Porta d’Oro, inebriati da Miss Liberty che si staglia alta, possente e ottimista a poca distanza tra Ellis e Manhattan. Persone a cui è stata concessa la possibilità di crearsi una nuova vita e persone che hanno visto sfumare i propri sogni a pochi chilometri dalla meta. Persone che non hanno più messo piede fuori di lì, lasciando i propri corpi a riposare sotto la terra di quella enorme zattera.
L’ultimo guardiano, rimasto solo ad aspettare gli uomini del servizio immigrazione che lo riporteranno in terra ferma per sempre, si abbandona ai ricordi. Il silenzio che ora abita i corridoi, le enormi sale, le cucine, le camerate, diventa più ingombrante e pesante da reggere del rumore che ha sostituito. La solitudine riapre ferite che non si sono mai completamente rimarginate.
ellis-islandImpariamo così a conoscere il profondo animo di John, per troppi anni confinato in quel luogo e obbligato a veder passare sotto il proprio sguardo migliaia di persone, affette da malattie, contagiate da speranze, rassegnate dalla pena a cui erano state condannate. Tante lingue diverse, centinaia di usanze, decine di provenienze, ma tutti legati da un unico scopo, sopraffatti dalla paura di non essere accettati. Chiusi nei loro pensieri, ancorati alle loro origini, ai loro ricordi. Pochi bagagli che rappresentavano gli unici averi ma una quantità smisurata di sogni che custodivano nei loro cuori, accanto a quei ricordi che non avrebbero più vissuto.

L’isola della speranza e delle lacrime. Il luogo del miracolo, che allo stesso tempo ti schiacciava e ti rigenerava, che trasformava il contadino irlandese, il pastore calabrese, l’operaio tedesco, il rabbino polacco o l’impiegato ungherese in cittadino americano dopo averlo spogliato della sua nazionalità. Ho l’impressione che siano ancora tutti qui, come una folla di fantasmi che mi aleggiano intorno.
 

I personaggi che compaiono nelle pagine del diario di Mitchell sono tanti e diversi, ma alcuni più degli altri, hanno lasciato una scia profonda nella vita del direttore.
Prima fra tutti Liz. Sua moglie. Infermiera che lui portò a lavorare sull’isola. Una donna speciale, che seppe offrire a lui e ai suoi pazienti tutto l’amore possibile. Almeno per i cinque anni in cui il loro amore superò le difficoltà dell’isola. Poi arrivò un’epidemia di tifo e quando passò portò via con se anche la dolce Liz.

A ventisette anni, lei non c’era più.

Un’altra anima rimasta imprigionata per sempre in quel limbo, nel purgatorio terrestre.
Con lei anche una parte di John fu sepolta sotto quella terra.
Ma la vita continuava, e come un fiume in continuo scorrimento, gli ospiti di Ellis continuavano ad arrivare, lasciare i loro pur piccoli segni di passaggio e andar via, senza che si potesse più saper nulla di loro. Avevano trovato la fortuna che cercavano o erano piombati in una realtà sconosciuta che li aveva inghiottiti, uccidendoli in una terra straniera?
Non era nei doveri di Mitchell sapere gli esiti di coloro che si erano guadagnati la nuova vita americana. Lui stesso sembrava restio, con gli anni, a tornare in terra ferma. Come se la sua condanna, la sua prigione, la sua isola, fosse il solo posto dove sentirsi al sicuro.
Amata e odiata, bramata e temuta da tutti, anche da lui, quell’isola riusciva a scavare un angolo profondo nell’anima di chiunque vi mettesse piede.
Ma il suo compito era tra i più difficili. Come rimanere distaccato e professionale dinanzi alle migliaia di anime che chiedevano di oltrepassare le porte del paradiso? Lui non era San Pietro, ma a quelle povere persone poco importava. Lui poteva donare la vita o condannare alla morte.
Poco poteva fare all’interno di quelle rigide regole che disciplinavano l’ammissione o meno in terra americana ma questo non sgravava le sue spalle dalla responsabilità di concedere o meno una seconda possibilità a coloro che ne facevano richiesta.
E le loro paure, le loro angosce, i loro timori diventavano i suoi, come se per osmosi potessero intaccare la sua professionale corazza e arrivare dritto al suo cuore umano, magnanimo e onesto.
Ogni personaggio con cui ebbe modo di avvicinarsi lasciò il suo ricordo, imprimendo il proprio pensiero, lasciando il profumo delle proprie origini, in cambio di un nuovo bagaglio.
John Mitchell era umano e come tale capace di sbagliare, di lasciarsi condurre dal cuore, dalla passione, chiudendo gli occhi dinanzi al dovere.
Così fu quando conobbe Nella. Una donna italiana giunta sull’isola con il fratello. Una ragazzone che dei deficit mentali tali da non consentirgli l’agognato passo verso l’America.
Ma Nella non si poteva permettere di lasciare solo il fratello, l’unica famiglia che aveva e così si concesse al direttore, con speranza e abnegazione. Tutto, anche se stessa pur di garantire a suo fratello una vita migliore. Una speranza interrotta, strappata via nel peggiore dei modi che finì con creare un’ombra incommensurabile nell’animo dello stesso Mitchell.
Colpevole di aver disubbidito alle rigide regole che gli proibivano di instaurare qualsiasi rapporto intimo con gli ospiti, John finì anche per esser considerato alla stregua di un violento e meschino agli occhi della povera ragazza.
L’immagine di Nella non abbandonò mai i sogni di John, soprattutto quando, grazie a un suo conterraneo riuscì a carpire qualche informazione in più sul suo conto. Di errori ne commise tanti, umani e giustificabili sulla base del suo buon senso. Sbagliò anche quando, per sopperire al senso di colpa per atteggiamenti poco professionali, si dedicò alla lotta contro il comunismo.
Intellettuali esiliati dalle loro terre dopo la rivoluzione russa del 1917, imposero una rigida sorveglianza e un’attenta disciplina nel controllare le pratiche di coloro che chiedevano asilo americano.
Uno tra tanti lo scrittore ungherese Giòrgy Kovàcs.
Ed è forse a lui che dobbiamo uno dei passi più belli e strazianti sulla storia di Ellis Island.
John Mitchell ebbe modo di leggere il libro che Kovàcs scrisse anni dopo essere riuscito, con sua moglie a trovare asilo in Brasile. Le pagine che egli dedicò a Ellis Island furono così forti, dolorose e vere da lasciare la profonda consapevolezza, nel cuore di John, di aver ancora una volta sbagliato tutto.

Fu così che divenni uno zelante cacciatore di rossi. Credevo in tale modo di riscattarmi e di agire per il bene del mio paese, per l’onore della mia uniforme. Idiozie! Vanità!
L’incontro con lo scrittore ungherese Giòrgy Kovàcs e sua moglie Esther mi hanno fatto capire, molti anni dopo, ma con una durezza che mi fa male ancora oggi, che i martiri sono sempre dalla parte delle idee, e i colpevoli dalla parte della forza, e che la Storia rimane l’unico giudice.

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L’isola delle ventinove domande. Il nostro sogno di Atlantide, o di un monte di Ararat, dove la nostra arca si sarebbe arenata, la nostra sognata Itaca, dove ai nostri corpi e alle nostre anime prostrate sarebbe stato possibile trovare ristoro, si ridussero ad un calice d’amarezza, a un incubo avvolto nella nebbia e nell’umidita, a una caserma ghiacciata e inospitale. […] 
L’America sapeva spalancare le braccia, ma ci ha mostrato che sapeva anche brutalmente richiuderle. Solo quest’ultima America ci fu dato di incontrare.[…]
Bisogna provare a immaginare la fragilità e la folle energia, il senso di impotenza e la determinazione di tutte e tutti quelli che un giorno, per sfuggire alla miseria o alla persecuzione, hanno accettato l’idea di perdere ogni cosa per poter, forse, riguadagnarla in un altro paese, al prezzo di una delle più terribili mutilazioni che possano essere subite: la perdita della propria terra, dei propri cari, la negazione della propria lingua e talora anche del proprio nome, l’oblio dei suoi riti e delle sue canzoni. Perché solo questa mutilazione consenziente poteva aprir loro la Porta d’Oro.

Guardare il proprio volto allo specchio non ci permette di vederci per quello che siamo, più di quando possano fare occhi estranei. Mitchell non riuscì più ad andare oltre la lettura di quel libro.

Il diario si arresta così, la sera precedente all’arrivo dei funzionari, ma il racconto non finisce qui. Sarà il dottor Logan ad accompagnarci verso le ultime pagine di questo splendilo racconto, dandoci il tempo di assorbire il colpo, di reagire a quanto appena finito di leggere. Sarà con lui che lasceremo anche noi, per l’ultima volta le coste di Ellis Island, portandoci per sempre appresso il ricordo di tante vite, immensi sogni, dolorose perdite e crudeli sconfitte.


 

 

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