Titolo: La frusta e l’onda
Autore: Irene Reffo
Pubblicazione: Self Publishing gennaio 2016

Trama:  Breve racconto erotico in cui il BDSM incontra l’amore, legati entrambi dal fil rouge del dolore, emotivo e fisico. Un dolore, però, che non è mai odio, semmai un amore così forte e profondo da scendere negli Inferi per cercare di sopravvivere. Le pratiche BDSM non sono intese come mero piacere, ma come risorsa ultima per compensare ad un amore che non ha abbastanza forza per esistere. Una storia che non vuole fermarsi al puro e semplice erotismo, ma vuole scendere fin dentro all’anima, pescando a piene mani dall’immenso mare dei sentimenti. Erik e Christian: apparentemente due personaggi completamente opposti, in realtà due facce della stessa medaglia, due sfumature dell’amore e, nello stesso tempo, del dolore. Lacrime e sangue, polvere e ferro. E un amore che non è mai venuto meno.


Recensione

Quando un sentimento è troppo forte per fronteggiare la fine del rapporto, non si sa a quale mezzo, la propria mente può affidare la sua sopravvivenza.
Una storia di BDSM raccontata dal punto di vista di una donna, lacerata nel cuore, che ricerca nel proprio dominatore non solo una figura che sia in grado di colmare la sua sensazione di abbandono, ma che possa provare ad annientare, con l’uso del dolore fisico, lo strazio mentale dal quale non riesce a guarire.

Mi trovavo in un limbo quasi perfetto: il dolore del corpo aveva spinto fuori dalla mia mente il male che mi attanagliava l’anima, se non per qualche residuo che si ostinava ad ancorarsi dentro di me.

Non si tratta di ricerca di piacere bensì la necessità di tirar fuori dalla mente e dal cuore quei ricordi così forti e struggenti di un amore che sembrava perfetto, finché non è morto. Ma per la protagonista questo amore non è mai finito, anzi, aleggia come un fantasma che riempie lo spirito divorandolo, a mozzichi, strappando via la carne e dilaniando la sua vita.
Questo breve racconto ci trascina, in appena una ventina di pagine, dentro il doloroso animo di una ragazza che soffre, cerca disperatamente di sopravvivere al dolore mentale ed emotivo e per farlo si serve di ogni mezzo, anche il più pericoloso, il più brutale pur di annebbiare i pensieri. Scivolare nell’oblio fino a perdere i sensi. Annientarsi nel dolore della carne per non rischiare di annientare la propria anima.

Sono un’autolesionista da più di cinque anni e quello che inizialmente sembrava essere lo sfogo di una rabbia momentanea, era diventato un appuntamento metodico col dolore.

Le frustate diventano l’antidoto contro un nemico che non si riesce a sconfiggere perché è troppo ancorato alla propria anima. La ricerca disperata di una purificazione per tentare di rinascere e la triste delusione, perché neanche il dolore fisico può allentare i ricordi e alleviare lo spirito.
Ogni frustata finisce per riportare alla mente, come un’onda, i ricordi più piacevoli di quel rapporto perso, buttato da un ponte, che non tornerà più.
Morire non si può, soffrire non serve a sciacquare la mente dai ricordi.
E allora?
Prendere tutto quel che viene, smettere di lottare per dimenticare e arrendersi al poco di buono che la vita le offre. Perché se non può avere l’amore, almeno può ricevere qualche attenzione, qualche sguardo rubato in cui poter lasciar correre l’immaginazione..
Anche se questo può voler dire rivivere ogni singolo giorno, in ogni istante, i ricordi di una vita che ha perso, di un amore che non è più corrisposto.
Perché quando l’unico modo per andare avanti, se neanche le frustate hanno avuto effetto, è piegarsi dinanzi a quel briciolo di affetto, quasi fosse un’elemosina di cui si ha bisogno come l’aria nei polmoni, poco serve rivendicare un sentimento più dignitoso. Va bene tutto, purché si avvicini il più possibile a quel sogno che non smetterà mai di tormentare l’animo. Perché amore si desidera, ma amore non è, e riprendere le redini del proprio cuore,  superando l’evidente fine, sembra più insostenibile di cento frustate.
Forte, espressivo e disarmante il senso di vuoto, di oppressione e la necessità di essere salvata.
Questo racconto ci immerge in un mondo smaliziato, scevro da speranze, amara rassegnazione e ricerca spasmodica di qualsiasi forma di protezione. Una vittima, uscita perdente e ferita da uno scontro con l’amore. Una figura persa e divorata che non smette di desiderare il piacevole tocco di una carezza, il sapore dolce di un bacio ma che si lascia abbandonare a tutto ciò che le può concedere sollievo per la sua tormentata anima.

Che poi, in realtà, non è mai stato ciò che volevo veramente. Volevo ben altre cose, volevo le coccole e l’amore, ma il vuoto che avevo trovato al loro posto doveva essere estirpato in qualche modo. Serviva una compensazione, un contrappasso, e tutto il male che Christian poteva farmi mi sembrava la risposta più efficace: la mia anima doveva essere purificata da tutti quei ricordi che mi tagliavano lentamente il cuore, lame fredde che prolungavano quell’agonia che durava ormai da troppo tempo.

Il finale, lontano dal lieto “e vissero felici e contenti”, ci fa aprire gli occhi davanti ad una realtà dura ma verosimile. L’amore può dare la vita, ma può anche toglierla e dinanzi ad un sentimento così forte e imponente si può solo scegliere se cedergli o tenersene lontani.
Ma cosa cosa sarebbe una vita senza amore.
C’è  chi disse “ è meglio aver amato e perso che non aver mai amato”.


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