Titolo: Cristallo
Autore: Federica D’Ascani
Pubblicazione: Seconda edizione self publishing maggio 2016

Trama: Perdersi negli occhi di Vittorio e riaccendere la passione che l’ha legata a lui, come un cristallo che riflette la luce del sole… Vera vuole solo questo: l’amore per come lo ricorda, per come la fa stare bene. Ma Vittorio è lontano, distante, duro e a volte anche spietato. Forse troppo. Eppure la felicità sarebbe a un passo da lei, a un passo dal quel senso di vuoto che sente quando lui la tocca. A un battito di ciglia dalla bolla in cui è immersa: per non soffrire, per non vedere. La seconda attesa edizione di Cristallo, il primo vero romanzo che indaga gli aspetti della violenza psicologica rendendoli reali. Perché ci sono coppie che non andrebbero composte, amori che non dovrebbero neanche accendersi…


Recensione

Siamo preparati a leggere libri che parlano d’amore, storie che si inerpicano in lussuose e libidinose montagne russe dell’eros. Conosciamo dalle pagine dei libri la forza, il potere, la potenza letale dell’amore. Eppure se l’amore può salvare, può anche uccidere! Può trascinarti nell’oblio più cruento e perverso e non stiamo parlando di “abitudini da letto”.
Questa volta sono stata accompagnata nel purgatorio dell’amore e ne sono uscita con delle ferite che si cicatrizzeranno, come quelle di Vera, ma con il tempo, un po’ alla volta. Perché la capacità di raccontare un’esperienza, bella o brutta che sia, sta proprio nell’abilità di calare il lettore nei panni della protagonista. E la nostra D’Ascani c’è riuscita alla grande!
Vera sa amare, ma non sa riversare e dimostrare il proprio amore a se stessa. Vera è una vittima che si è lasciata violentare per anni, credendo di meritarsi quello che riceveva in cambio del proprio incondizionato amore. Vera era una ragazza forte, che si è piegata, che si è lasciata schiacciare sotto il peso della cattiveria, della insana anima di un uomo.
Come capita a molte donne, come leggiamo spesso nei giornali. Perché siamo pieni di articoli di cronaca nera che raccontano di storie di donne che non hanno saputo difendersi, ribellarsi, dire basta dinanzi a soprusi o violenze psicologiche che poi hanno degenerato in atti efferati e definitivi.
Il narratore ci accompagna per mano all’interno di questa storia, facendocela vivere dal punto di vista della vittima. E non ci lascia la mano fino alla fine, neanche quando vorremmo scappare, quando la bile riempie la nostra gola, quando le lacrime scendono lungo le nostre guance, quando vorremmo urlarle contro di reagire, di mandarlo al diavolo. Perché non siamo lì con il proposito di aiutare Vera, ma di capire cosa si possa provare a vivere i suoi panni.
Panni scomodi, stretti, perennemente bagnati dal freddo disprezzo, dalla gelida umiliazione. Panni che non riesce a sfilarsi perché ormai incollati alla pelle, intrisi di petrolio, cancerogeni, pericolosi.
Vera è la prima a chiedersi perché non riesce a scrollarsi di dosso quel peso che la soffoca, la avvilisce, e si sente come un’eroinomane in crisi di astinenza. Percepisce la nocività di quella relazione, ma ne ha bisogno per respirare, per aggrapparsi all’idea di non essere inutile.

“Accadeva raramente che Vera avesse la lucidità di considerare il comportamento di Vittorio per ciò che era, crudele, e quella era una delle sporadiche circostanze in cui la realtà impattava con il sogno, mentre ascoltava le lacrime chiedere una fine totale, definitiva. Risolutiva.”

E questo mette i brividi, perché dall’esterno non c’è nulla che apparentemente dia ossigeno in una situazione del genere. Se non lo si prova sulla propria pelle non si può capire fino a che punto la nostra mente possa essere soggiogata. Ma poi, la colpa è solo di Vittorio o piuttosto la sua, che si è lasciata ridurre a quel modo?
Vittorio amava la Vera forte, determinata, gioiosa, frizzante. La donna sicura, non quella larva chiusa nel suo incubo che ora striscia ai suoi piedi, aspettando di essere spezzata ancora, e ancora, e ancora una volta. Tutti i giorni.

“Eppure un piccolo istinto di ribellione, in lei, era sempre rimasto, vivido e pronto a rifulgere nell’oscuro baratro in cui lui la stava stantuffando a calci. Metaforici, ovvio, lui non le aveva mai messo una mano addosso… Ma era cambiata e in pochissimo tempo, diventando l’ombra di ciò che era in passato senza rendersene conto in pieno. Dimessa, trasandata, con un sorriso fasullo stampato sul volto a dichiarare una felicità che non le apparteneva, aveva perduto anche il più piccolo briciolo di autostima.”

Arrivare al punto di dar ragione alle terribili offese, alle brutali critiche solo perché si è perso il proprio amor proprio, vedersi addirittura attraverso gli occhi del suo aguzzino è, per noi inermi lettori, straziante.
Vera si difende, ma sa che non può tirare troppo la corda, altrimenti perderà il suo uomo, la sua scommessa di essere una perfetta compagna. La posta in gioco è più alta rispetto al miracoloso regalo che invece riceverebbe se quell’uomo orrendo lasciasse la sua vita per sempre.
Allontanarlo no, meglio pensare ad allontanare lei stessa da quella vita che a quanto pare le sta dimostrando di non avere le qualità per essere vissuta.
A che punto si può arrivare? Quanto è impervio il cammino arrivati fin lì?
Convinta che nessuno, neanche la propria famiglia, possa capire quanto amare Vittorio serva prima di tutto a se stessa, per alzarsi la mattina, per scervellarsi a trovare il modo di farsi amare, per continuare ad andare avanti?
E poi, come un piccolissimo barlume di lucidità, una lucciola in un buio campo notturno, Vera si ribella. Lo fa con le pinze, lo fa in punta di piedi, ma lo fa.

“Lei aveva donato amore a una persona che l’aveva calpestata e fino a che non avesse ricevuto indietro la stessa grazia non sarebbe mai stata tranquilla, mai soddisfatta. Era una droga, era come un giocatore che rincorre il suo jackpot nonostante sappia che la fortuna non gli arride.”

Ha paura, fa piccoli passi e spesso li alterna a grandi falcate indietro. Ma qualcosa cambia, impercettibile, silenzioso.
Troncare la convivenza e trovare la forza di andare a vivere da sola. A Vittorio ovviamente non sta bene e non si fa problemi a vomitarle i peggiori insulti per quella decisione libertina. Ma tenere in punto è il primo passo verso il cambiamento.

Il continuo  altalenarsi di emozioni, di paure, di lotta per tenere a bada il proprio cuore masochista, le riflessioni di una mente che cerca di preservarsi. Le frasi a bruciapelo di gente che le dona pillole di saggezza e che la scuotono destandola da un sonno nocivo e pericoloso.

Ma Vittorio sa giocare bene le sue carte, non perde mai il controllo e ogni sua mossa, calcolata, studiata e affondata senza remore sulla sua povera vittima, riporta ogni singola volta, il cuore di Vera a sanguinare, a convincersi che è lei a meritarsi tutto ciò.

“La realtà, infatti, era che lei si sentiva davvero colpevole del sentimento non corrisposto. Era colpa sua se lui non la reputava all’altezza di stargli accanto. Lo aveva sempre saputo, ma lo ammetteva in quel momento. Era difficile, era brutto, era…”

Perché è così facile darsi la colpa della condizione in cui siamo. Più difficile a volte è razionalizzare e capire che il male spesso usa delle tecniche a cui sembra impossibile reagire.
Ma riuscire a percepire l’esistenza del problema è già di per se l’inizio della cura.
Vera non vuole affidarsi alle cure di uno psicologo, non vuole considerarsi pazza, ma è consapevole di avere un problema. Una dipendenza che la sta consumando velocemente, e che se non si decide a tirarsene fuori, può portarla ad un passo dalla fine.

“Prima di vivere in prima persone quelle situazioni, infatti, non aveva mai compreso come fosse possibile permettere ad altre persone di violentare la propria anima a discapito della vita stessa. Grazie al semplice sfogo di un diario, però, ne prese ben presto coscienza, delineando anni di silenzio e soprusi atti a minare tutte le conoscenze che l’avevano resa la donna forte che sarebbe dovuta diventare. Il tutto era avvenuto perché Vittorio era un debole, un mediocre, un essere abietto capace di sobillare i più reconditi istinti come fosse un animale.”

La forza che ci mette per tirarsi su da quel baratro è strabiliante e non dobbiamo credere che i suoi ripensamenti, le sue titubanze siano sintomo di debolezza.
Impariamo a camminarle accanto, ad ascoltare i suoi vaneggiamenti, ad allungarle una mano, affinché capisca che il percorso è duro, che le cadute sono inevitabili, che il risultato è ogni giorno un passo più vicino.
Percepiamo la sua incertezza nel lasciarsi andare, nel riaffacciarsi ad un mondo esterno che per anni ha tenuto lontano da se.
Arriva Claudio, suo vecchio amico d’infanzia, che non ha perso nulla di quell’affascinante ragazzo di cui si era infatuata ai tempi della scuola.
Claudio sembra essere un buon punto per ricominciare ma il fantasma, ancora elemento assiduo e invadente, di Vittorio le proibisce di godere della sua presenza per più di pochissime ore.
Allontanare tutti, rimanere da sola. Ecco quello che le riesce meglio. Non ha nessuno, non è felice perché non si merita di esserlo.
Sì, la rabbia ci pervade spesso, la necessità di prendere a sprangate la prima cosa che ci capita sotto mano è forte, perché non possiamo infierire su Vittorio. Ma ancora una volta non è nostro compito. Non possiamo farci paladini della giustizia per Vera. Lei deve riuscire a vincere da sola la sua battaglia, altrimenti non ne uscirà mai completamente.
E lei ce la farà, un po’ alla volta, provando sensazioni nuove, diventando forte, a volte anche cinica, ma ce la farà. Userà tutto ciò che le potrà essere d’aiuto per risalire la china, anche a costo di sentirsi una stronza. Anche se questo vorrà dire assaporare l’agro sapore dell’egoismo, sfiorando il malefico atteggiamento che Vittorio ha avuto con lei.
Combatterà contro il vuoto che si è radicato nel suo cuore riuscendo a divincolarsi dal pericolo sempre più imminente e violento di un ex che ovviamente non accetterà la sconfitta.
Quando Vera tornerà ad essere la donna di un tempo, riprendendosi la sua vita, il suo sorriso, la sua felicità, allora sì, potremo tirare un sospiro di sollievo e sperare che questa storia sia da insegnamento a tante altre vittime.
Vera ce l’ha fatta! Ora tocca a tutte le altre Vera del mondo!
In questa seconda versione, Federica D’Ascani ha ridato vigore e maturità a questo splendido romanzo in cui la scrittrice stessa si è messa a nudo, raccontandoci una delle esperienze più traumatiche che si possano vivere per amore.
Un messaggio profondo, tagliente ma necessario per capire, per trovare confronto, per ricordarsi che amare significa anche rischiare di diventare un cristallo. Bellissimo, lucente ma delicatissimo.


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