Titolo: Ippolita.Storia di una strega
Autore: Silvia Torrealta
Pubblicazione: Ed.Thema 1993

Trama: Nel territorio bolognese del Seicento vive, agisce e muore una singolare figura di donna, con desideri, pensieri ed aspirazioni così diversi da quelli dei suoi contemporanei da essere processata come strega e condannata al rogo. La sua storia viene ricostruita circa quattro secoli dopo da una giovane ricercatrice che rimane affascinata da questa figura di donna così come appare dai documenti che la riguardano.


Recensione

Quando ci si appresta a leggere un libro per ragazzi ci si aspetta, forse, di trovarvi un messaggio “addolcito” ad hoc per il pubblico al quale è indirizzato.
Ammetto anche la mia ignoranza in tal senso in quanto da anni ormai ho lasciato sugli scaffali dei ricordi letture di tal genere, propensa ormai a immergermi in stili e argomenti più consoni alla mia età. Beh grosso sbaglio perché perdere il legame che ci riporta, come un ponte sottile ma sicuro, alla nostra adolescenza è un vero peccato.
Così, su estenuante richiesta, ho deciso di affrontare la breve e inaspettata lettura di questo racconto firmato Silvia Torrealta.
Risultato: anche io ne sono rimasta profondamente segnata.
A introdurre la storia è Laura, una ragazza intenta a spulciare i manoscritti antichi in cerca di materiale per la sua tesi di laurea. In una lettera indirizzata alla famiglia Lanzirelli, Laura scopre l’esistenza di una certa Ippolita. Una donna che sicuramente aveva messo molto in allarme la prestigiosa famiglia di Bologna.
Ricerche più attente e dettagliate danno a Laura materiale per la sua tesi in Storia moderna e a noi un prezioso spaccato di un’epoca affascinante tanto quanto pericolosa.
Siamo all’alba del XVII secolo. Ippolita compie dieci anni.
Una bambina sveglia, brillante ed educata. Una folta chioma di capelli color del fuoco e un animo forte e coraggioso.
Una famiglia, quella che l’ha cresciuta, composta da modesti contadini di un piccolo paese nei pressi delle campagne bolognesi.
Marianna e Domenichino sono stati per lei sempre i suoi genitori, come Tommaso è sempre stato il suo amato fratellone. Questo però non vuol dire che nel suo cuore Ippolita non si renda conto di non possedere legami di sangue con loro. Poco importerebbe ai fini dell’affetto che i quattro si dimostrano vicendevolmente, se un passato velato da una nebbia compatta e impenetrabile non pesasse sui ricordi della giovane. Deboli immagini e soffusi suoni le attanagliano i pensieri costringendola a porsi domande a cui nessuno vuole rispondere.
Ma la sua indole e le notevoli capacità rendono presto la piccola oggetto di invidia da parte di sue coetanee e di conseguenza in poco tempo la gente cattiva e superstiziosa dà voce ai più infimi e spregevoli pensieri.
La verità arriva alle orecchie di Ippolita come una sorta di doccia fredda e se all’inizio si poteva pensare che svelare il mistero avrebbe dissolto la nebbia e allentato il peso nel suo animo, scoprire le sue vere origini ha il risultato di rendere la piccola ancora più fuori luogo.

“Ippolita è già diversa. Cosa credete che non lo sappia? Basta guardarla. Quando la chiamò e si riscuote dalle sue fantasticherie e mi pianta in faccia quei suoi due occhi verdi, è come se ritornasse da paesi e mondi lontanissimi. Ippolita è diversa ed è anche differente da tutte le persone che io conosco, contadini, mercanti o nobili che siano.”

Ella è figlia della dama di compagnia di Eleonora da Guisa e di Alessandro, figlio minore della maligna contessa Lanzirelli. Il loro amore, ovviamente contrastato dalla famiglia di Alessandro, troppo intenta a organizzare per il giovane un matrimonio ricco e di convenienza politica, ha una grave ripercussione sulla prole. La piccola Ippolita diventa, ignara e innocente, la pietra dello scandalo, obbligando ben presto Agnès a dover abbandonare il suo amore e il palazzo Lanzirelli.

“Non potevo permettere un sacrificio così grande, Marianna. Io forse non sono tanto esperta del mondo, ma so che il sacrificio da parte sua è troppo grande, i rapporti tra due persone cambiano inevitabilmente senza che nessuno se ne accorga. E questo non l’avrei mai permesso. Non preoccuparti per me, la contessa ha dato la sua parola e la manterrà ha a cuore il suo onore.

Poco prima di morire, la reietta, in compagnia del piccolo frutto dello scandalo, arrivano alla porta di Marianna, una vecchia amica.
Ecco che Domenichino e Marianna si impegnano a dare una famiglia alla bambina presto rimasta orfana.
Crescendo Ippolita si dimostra amorevole e intelligente come la madre e per questo anche incapace di mischiarsi tra la comunità e i suoi rozzi e ignoranti abitanti.
Il suo acume e la sua sensibilità si palesano come una specie di lettera scarlatta cucita sul petto, facendola sentire fuori luogo e disprezzata. L’amore dei suoi genitori adottivi non sembra bastare per sentirsi “a casa”.
Il suo malessere e la frustrazione di chi sa di non appartenere al mondo che la circonda, la porta a isolarsi, protetta nell’unico posto dove la pace e la serenità riescono a placare il cuore: la natura incontaminata e selvatica.

“ Sovente pensò che sarebbe stato meglio per lei svanire all’orizzonte e diventare nuvola, cielo, terra, erba; immaginava il suo volto dissolversi piano piano nel verde dell’acqua di un canale ed i suoi lunghi capelli diventare piante palustri. Strano a dirsi, quei pensieri calmavano il suo affanno, come lo acquietavano gli animali del bosco”

Il percorso di coscienza di Ippolita procede con la conoscenza della donna della palude. Una signora che, solitaria, vive tra i boschi curando persone e animali con il solo uso delle erbe.
Con il tempo la giovane ragazza alterna le lezioni di padre Gabriele alle nozioni impartite dalla donna della palude. Il suo animo si apre a nuove scoperte rendendola sempre più fiera di se stessa ma anche più consapevole del mondo sbagliato che la circonda.
Amalgamarsi nella società gretta e cattiva è tanto più difficile mano a mano che gli anni passano e da bambina Ippolita diventa una giovane ragazza. Scappata da Crocetta, fa ritorno tra le mura di casa Lanzarirelli sperando di placare le dicerie che sempre più aspre e crudeli si avvinghiano su di lei.
Ma anche questa volta la sua vera famiglia non la considera degna del suo rango e, come anni prima con Agnès, la sua simpatia per il giovane Figlio di Eleonora porta la storia a ripetersi.
Ippolita viene segregata tra le mura di un collegio dove può essere controllata e messa da parte.
Ma le mura di quel luogo si dimostrano essere troppo strette e aride per i sogni e i desideri di Ippolita.
Sin da piccola, il desiderio di raggiungere le Americhe e cominciare una vita nuova, tutta sua, senza vincoli o legami che stringano il cappio al suo animo selvatico quanto nobile, le aveva causato non pochi problemi.
Ora Ippolita è in fuga e si rifugia da Tommaso dove riceve l’asilo sperato.
Ma il suo destino è segnato. Anime pure e temerarie, coraggiose e illuminate come quella della giovane ragazza non possono trovare terreno fertile in una società malata di pregiudizi e ignoranti convinzioni.
Il diavolo si insinua nelle menti più aperte ed è questa l’accusa che le viene formulata. Così, senza neanche rendersene conto si ritrova dinanzi il tribunale dell’inquisizione.
Una favola che si rispetti dovrebbe a questo punto lasciarci la morale e regalarci il lieto fine.
Ma questa non è una favola e in una realtà così forte ed estrema non c’è spazio per “quel pizzico di zucchero” per stemperare il sapore amaro. La caccia alle streghe ha mietuto milioni di vittime ed è in onore di ogni singola vita strappata in nome della paura, dell’ignoranza, dell’invidia che anche la storia di Ippolita non può essere raccontata tacendo o eclissando la parte più tragica e dolorosa.
Come uno schiaffo che ci riporta alla lucidità, come un pugno allo stomaco che ci sveglia dal sonno nel quale ci siamo comodamente lasciati andare, il cappio che aspetta Ippolita è un nodo che si stringe intorno alla gola di tutti noi, spettatori inermi di un passato di sangue, crudele e superstizioso.
Ippolita non ha nulla da farsi perdonare, non ha peccato, non si è mai arresa e fino all’ultimo dei suoi respiri ha saputo tenere fede al suo animo troppo grande per essere compreso dal suo secolo.
Da adulta ho saputo trovare in queste pagine un manifesto di consapevolezza, un grido di ribellione, un moto di rabbia per quello che è ancora oggi una piaga della società che si nasconde dietro vesti diverse dall’inquisizione, ma che ancora troppo spesso si macchia di crimini di vigliaccheria e paura, di egoistica sopravvivenza, “uccidendo” anime pure, buone e illuminate solo perché pericolose per il controllo dei popoli.
Ippolita morì innocente. Impiccata e arsa al rogo per aver osato sollevare il suo spirito e la sua anima ad un livello superiore rispetto alla massa. Ippolita sapeva amare e curare, conosceva la natura e la rispettava in ogni sua forma. Ippolita quel giorno dovette rinunciare alla sua vita terrena, ma forse, prima che i suoi occhi si chiudessero per sempre il suo cuore era già diventato una nuvola e i suoi capelli piante palustri.
Quello che spero con tutta me stessa è che questo racconto sia come un germoglio piantato nelle menti dei giovani che si apprestano a leggerlo e che piano piano attecchisca in loro la consapevolezza di quanta sofferenza si possa macchiare il genere umano dinanzi alle cieche e assurde convinzioni.

Un ultimo brivido mi pervade, mentre rivivo gli ultimi istanti di quell’esecuzione e delle altre migliaia che l’hanno preceduta e seguita.


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